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La liuteria in Italia (terza parte)

Giovedì, 12 Novembre 2009

Capitolo secondo

Solitamente il liutaio, quando chiude la cassa suole dire di essere a metà circa del lavoro. Penso che sia così sul serio anche se diverse scuole tendono a perdere più tempo di altre per le operazioni successive.

Dopo aver inserito con un intarsio interamente manuale il filetto lungo i bordi sia del fondo che del piano musicale si procede a rifinire il bordo. L’innesto del filetto che è formato da tre strati di legno, due esterni neri o marrone scuro, uno interno in legno chiaro come il pioppo o il fico serve essenzialmente a proteggere i bordi dagli urti e dalle vibrazioni, che nel caso della tavola sono veramente devastanti, Un piano musicale senza filetto tenderebbe a sfasciarsi dopo pochi mesi dalla costruzione. Nel caso del fondo questo è assai meno importante tanto che alcuni autori del passato solevano solo segnarlo con un graffietto (Testore).

La scultura del manico e del riccio prende in media due giorni di lavoro.

In essa il liutaio esprime tutto il suo carattere che può essere forte e deciso, ma anche delicato ed armonioso.

Personalmente ritengo che in realtà tale carattere deve evidenziarsi in ogni parte dello strumento, ma devo anche aggiungere che su altri particolari come il taglio delle effe solo un occhio più esercitato tende a notare le differenze stilistiche fra i vari autori, caratteristica che risulta assai più immediata con l’osservazione della testa.

Il legno del manico dovrebbe essere dello stesso albero col quale è stata fatta la cassa. Qualora questo non avvenga la marezzatura del primo deve essere sempre meno evidente della seconda.

Con l’incollaggio tramite uno scasso a coda di rondine nello zocchetto superiore del manico alla cassa, finisce la parte più pesante del lavoro ma non la più impegnativa. Si comincia a ritoccare, lisciare, pareggiare a rasiera tutta la superficie del violino, lavorando a luce radente in maniera da evidenziare il più possibile ogni asperità , ogni piccola gobba.

In questa fase vengono anche incollati il capotasto, la tastiera e la staffa di battuta. In antichità  tali parti venivano ottenute da legni duri autoctoni,come il sorbo, il bosso, il pero o l’acero campestre e solo per strumenti destinati a reggenti o nobili si soleva importare legni duri provenienti dalle indie come il palissandro o l’ebano. Una lettera di una nobile italiana (mi sembra Isabella d’Este ) ad un liutaio testimonia che tali legni erano assai costosi e difficili da reperire tanto che la gentildonna irritata dall’allungarsi dei tempi di consegna ingiunse all’artigiano di usare legni duri italiani, che secondo lei erano anche migliori di quelli stranieri.

Quanto può durare la lisciatura? Molto, direi, almeno se si vuole ottenere un buon risultato. Tale operazione prelude a quella assai più complessa e avventurosa della verniciatura e per facilitare la seconda bisogna che la prima sia eseguita nel migliore dei modi.

La verniciatura

Ritengo che su due argomenti siano stati scritti fiumi di parole inutili e si siano sviluppati litigi insanabili oltre che interminabili sterili discussioni, il primo riguarda l’esito delle partite di calcio ogni domenica pomeriggio, il secondo è proprio la questione della vernice dei violini.

Non passa anno che qualcuno non annunci al mondo la scoperta del segreto della vernice di Stradivari con conseguente intervista nel giornale della sera, nonché stampa del libro in copertina rigida con la descrizione di questa immane scoperta ai fini del sapere umano.

Sebbene nessun liutaio professionista lo affermi in maniera pubblica pena la fustigazione sulla pubblica piazza, in realtà sotto sotto molti pensano di aver scoperto tale segreto.

E’ difficile anche scrivere o quanto meno fornire prove a sostegno di ogni tesi tanto qualificate sono le opinioni e complesse e moderne le analisi effettuate. Sono stati interpellati fisici nucleari, utilizzati spettrometri di massa, fasci e radiazioni di elettroni, neutroni, bosoni: internet è piena di diagrammi, equazioni, analisi ma io posso asserire qui di fronte a tutti che nessuno è stato in grado di tirare fuori il classico ragno dal buco.

Intanto non siamo in grado nemmeno di asserire se tali vernici utilizzate in un periodo lunghissimo che va dal 500 fino alla fine del 700 siano all’olio o ad alcol. Volendo essere proprio pignoli si potrebbe dire che tali vernici classiche hanno un aspetto estetico ed una trasparenza e rifrazione che farebbero pensare che il solvente utilizzato fosse l’olio di lino cotto. Peccato però che le vernici conosciute ed usate a base d’olio di lino non siano solubili in alcol, mentre l’unico elemento sicuro che in questi due secoli di ricerche ha accomunato tutte le diverse fazioni è che le vernici classiche siano sempre perfettamente solubili in alcol. Da questo rompicapo non se ne esce per tutta una serie di motivi che vado ad elencare. Primo motivo, i grandi liutai hanno nel corso della loro vita sperimentato ed usato vernici diverse.

Secondo motivo, dopo trecento anni è possibile che una vernice ad olio e qualsiasi resina naturale, abbia modificato per ossidazione la propria caratteristica chimica tanto da essere solubile in alcol al contrario del momento della stesura sul violino.

Terzo motivo, gli strumenti antichi sono quasi tutti intoccabili, custoditi in casseforti o in musei e solo per fare una analisi semplice o una banale riparazione la burocrazia è impossibile. Bisogna inoltre ricordare che in trecento anni questi strumenti sono stati modificati, riparati, riverniciati tanto che lo stato originale ove non consumato dall’uso il più delle volte è ricoperto da strati successivi che impediscono analisi sicure.

La mia teoria è semplicissima usare resine naturali e solventi naturali, e non perdersi dietro a teorie assurde o ricette scoperte nei fondi dei cassetti.

Penso che un liutaio senza un buon gusto personale sarebbe in grado di fare uno strumento brutto anche se avesse a disposizione un vasetto di vernice proveniente dalla riserva personale di Antonio Stradivari.

Premesso questo torniamo al nostro violino.

Il legno deve essere reso impermeabile alla vernice che vi andrà stesa, questo nella scuola italiana con qualche eccezione. Una buona preparazione sempre rigorosamente segreta, permette di chiudere i pori del legno, scurirlo o colorarlo e di valorizzare la bellezza delle sue marezzature.

Con una vernice ad olio si danno in genere tre mani di vernice.

Con una vernice ad alcol, le mani possono diventare trenta o quaranta.

Mentre però con la base alcolica si può dare una mano ogni dieci minuti circa, con una base oleosa bisogna che la mano precedente sia asciutta per accettare la successiva senza danno e questo comporta di aspettare anche due settimane fra una mano e l’altra. I più oggi usano lampade speciali per asciugare in una notte una vernice ad olio, con buona pace di tutti i tentativi di scoprire il segreto di Stradivari.

L’importanza di una vernice si esplica in due caratteristiche fondamentali:

dato come postulato che ogni vernice sia in fondo un metodo per proteggere l’oggetto su cui viene stesa dagli agenti esterni e dall’uso, in liuteria la vernice influisce sul suono e sulla bellezza dello strumento.

Influisce sul suono perché  chiunque abbia mai ascoltato lo stesso violino suonato prima in bianco e poi verniciato si renderebbe conto della differenza immediatamente, tanto da lasciare intuire che una vernice troppo dura tenderebbe a rendere il suono gracchiante e sgradevole, mentre una troppo morbida lo farebbe suonare come se fosse cosparso di crema.

Il maggior impatto però è quello visivo per il semplice fatto che un buon violino con una brutta vernice non fa una bella figura mentre invece si è portati a passare sopra certi difettucci estetici qualora lo strumento dia a prima vista l’impressione di una vera e propria opera d’arte.

Non appena la vernice è  asciutta si procede alla sua levigatura e lucidatura che si esegue con materiali e tecniche diverse a seconda degli ingredienti usati.

Montaggio e messa a punto

Come in ogni racconto complicato che si rispetti ovviamente la cosa non è finita qui, ora il violino deve essere messo in grado di suonare.

Per prima cosa si alesano tutti i fori presenti e vi si adattano bischeri e bottone. Ogni foro ha il suo ospite e non si può mettere un bischero al posto di un altro. Poi si mette l’anima che è il legnetto cilindrico di abete che si incastra fra piano e fondo mezzo centimetro in basso dal piedino destro del ponticello. In un primo momento la si mette in una posizione canonica dalla quale in seguito durante la registrazione ci si può più o meno allontanare. Si intaglia il ponticello dopo aver adattato i piedini al piano musicale, si scavano i canali di scorrimento delle corde sul capotasto e si comincia a montarle una per una.

Dopo aver accordato lo strumento si comincia a suonarlo e via via che si procede nel sollecitarlo con l’archetto si cominciano a scoprire le sue caratteristiche di timbro, potenza e carattere. Questa fase serve a sistemare l’anima a trovare la giusta altezza delle corde sulla tastiera, ma per interventi di messa a punto definitiva devono passare almeno tre quattro mesi di esercizio sonoro per poter permettere allo strumento di aprirsi e vibrare in maniera armonica. Questa fase di messa a punto è assai lunga ed importante e non è dimostrazione di imperizia da parte del liutaio in quanto uno strumento comincia a dare il meglio dopo un anno dalla nascita e quindi prove e riprove possono richiedere anche quel tempo se necessario. Sarebbe meglio che uno strumento nuovo venisse sollecitato da un professionista in grado di tirare fuori tutte le caratteristiche richieste ad un violino, poiché un principiante non è in grado di fare questo, anche se la crescita dello strumento di pari passo con le capacità  del musicista è una delle esperienze più belle da essere vissute in questo campo.

Bisogna anche dire che la messa a punto non è la stessa per tutti, in quanto un musicista può  richiedere allo strumento caratteristiche che un altro trova improponibili e questo ci porta a dire che in realtà  si crea una simbiosi fra uomo e strumento, fenomeno che porta ogni strumento a risultare diverso se suonato da persone diverse.

Conclusioni

Queste poche righe danno solo una pallida idea della complessità della materia, in questo mestiere il difficile non è costruire un violino in quanto chiunque con una certa manualità ed una pubblicazione adatta può farlo, il difficile è farlo bene, e per questo ci vuole una vita d’esperienza ed a volte non basta. Uno strumento finito richiede 150 ore di lavoro e se alla prova sonora non dà  risultati soddisfacenti rende tutta la fatica inutile e deve essere buttato. Il mio mestiere è un mestiere di grandi soddisfazioni e grandi delusioni, ma la delusione più grande è vedere che nel modo di sentire comune a livello di scuole di musica sta passando l’idea che in fondo con un violino di fabbrica si possono ottenere ottimi risultati. Ebbene io vi dico, cominciate pure con un violino da poco, ma qualora la cosa vi prenda la mano e la materia vi appassioni ricordate che solo con uno strumento di liuteria si può provare gioia nel suonare. I liutai da qualche anno sono subissati da contatti di fabbriche cinesi che propongono la costruzione di strumenti con modelli personalizzati ed etichetta regolare al prezzo di 80 dollari, per cui se continua così anche il lavoro di liutai seri e coscienziosi andrà  a finire e non si troveranno più strumenti artigianali veri neanche nella bottega, oltre al fatto che le antiche conoscenze scompariranno e la magia della liuteria rimarrà  solo un ricordo nella mente di qualche vecchio musicista nostalgico.

p.s. Si possono comprare degli strumenti di liuteria anche a prezzi più accessibili, utilizzando legni autoctoni a km zero, che consentono ai liutai di risparmiare sull’acquisto della materia prima, oltre che a salvaguardare le foreste dalla furia dei disboscatori. Meno inquinamento, meno deforestazione, meno soldi. Rivolgetevi a liutai produttori italiani.

La Liuteria in Italia (seconda parte)

Martedì, 7 Luglio 2009

FABRICHANTE IN TUSCIA DE LEUTI, CITARE ET VIOLE DA BRACHIO

Introduzione

La liuteria non è una forma d’arte ma di artigianato. Questa affermazione pur dura da accettare da parte di un liutaio è la pura verità . Artisti possono essere considerati invece sia i musicisti che usano gli strumenti musicali, sia i compositori che creano pezzi da suonare (ma non sempre). Personalmente accetto di buon grado di essere relegato fra gli artigiani anziché fra gli artisti in quanto non penso affatto che la prima categoria sia inferiore alla seconda, anzi se la devo proprio dire tutta, un artigiano si deve impegnare molto di più, per il semplice motivo che deve ripetere nel tempo ogni sua creazione, mentre l’artista una volta azzeccata un’opera può vivere tranquillamente tutta la vita di rendita (grazie al copyright). Detto questo esiste un’altra caratteristica del mio mestiere che ha valore assoluto, ed è quella che un liutaio non può imparare a costruire strumenti musicali da solo ma deve essere accettato come allievo da un maestro. Con il semplice acquisto di un libro generico su come si costruisce uno strumento musicale chiunque abbia un minimo di manualità  può costruirsene uno, ma basta che egli abbia un minimo di senso critico per capire subito dopo, che se volesse intraprendere la carriera di liutaio avrebbe bisogno dell’insegnamento di un maestro. Il problema non è costruire un violino, il problema è farlo bene!

Oggi esistono scuole pubbliche e private presso Cremona, Parma, Milano, Gubbio dove chiunque può iscriversi, pagare e dopo cinque anni uscire col suo bel diploma di liutaio. Presentata così la cosa potrebbe sembrare molto positiva anzi non si vedrebbero altre possibilità  di raggiungere tale obbiettivo, ma non è tutto oro quello che riluce. Il primo problema scaturisce dal fatto che sebbene i maestri che insegnano in queste scuole siano professionalmente assai preparati e spesso di chiara fama, si può facilmente constatare che alla fine dei corsi non esistono “bocciati” ed ognuno se ne esce col suo diploma. Ovvio che la selezione è rimandata al mercato col solo difetto che il mercato può eliminare un buon liutaio con scarsa capacità  imprenditoriale e dare chance ad un mediocre con il fiuto degli affari.

In passato non era così. Quando un ragazzo dimostrava attitudine ad una forma di arte come la pittura la musica o la lavorazione della materia la prima selezione avveniva nella famiglia. Assai spesso i genitori sia poveri che ricchi tendevano a obbligare il ragazzo a seguire la professione della famiglia. Solo quelli che avevano una forte propensione ad esercitare un’arte potevano attirare l’attenzione di chi di dovere. Il racconto di Giotto scoperto da Cimabue è senz’altro leggenda ma ritengo che qualcosa di vero ci sia. Molto probabilmente il ragazzo obbligato a guardare le greggi per conto terzi creò al padre o al datore di lavoro tanti di quei problemi che alla fine questi decisero di portarlo in una bottega. Qui solitamente avveniva un’altra selezione, il maestro decideva se accettare il ragazzo oppure no ma non subito, bensì dopo qualche tempo. Se il ragazzo dimostrava interesse e capacità , il maestro lo accettava e stipulava con la famiglia un contratto secondo le leggi vigenti, altrimenti o lo cacciava o lo indirizzava verso altri mestieri per esempio un pittore poteva mandare il ragazzo da un decoratore, un intagliatore da un falegname. Nel momento in cui il giovane entrava ufficialmente a servizio dal maestro cominciava il suo tirocinio che consisteva nell’eseguire all’inizio i lavori più umili ma fondamentali per padroneggiare l’arte. Da un pittore avrebbe imparato per prima cosa a macinare e preparare i colori, da un artigiano del legno avrebbe imparato per prima cosa ad affilare gli strumenti. Durante gli anni a bottega ognuno seguendo le proprie capacità  saliva lungo la gerarchia, più bravo era più veloce avrebbe potuto arrivare al momento in cui il maestro gli avrebbe lasciato la possibilità  di mettersi in proprio ma anche in questo caso rispettando i termini di un contratto (gli poteva essere accordato il permesso di esercitare, ma in città  lontane da quella del maestro o pescando in un serbatoio di clienti non in concorrenza col maestro).

Questa rigida selezione che agli occhi dei moderni potrebbe sembrare “antidemocratica” in realtà  portava le botteghe a formare solo artisti o artigiani e non artisti o artigiani mediocri. Dalla bottega usciva e si metteva a lavorare solo una persona qualificata, altrimenti si poteva rimanere nella bottega di origine tutta la vita come semplice salariato o scegliere altre strade. Oggi questo non avviene ed in nome di una uguaglianza nominale si permette a chiunque di inventarsi un mestiere e di esercitarlo anche senza averne le nozioni di base e soprattutto le capacità . Di riflesso salta subito all’occhio che l’acquirente del passato sapeva che recandosi in una bottega si sarebbe trovato di fronte un professionista qualificato. Quanti possono dire lo stesso oggi? Il diploma di qualsiasi mestiere mette al riparo da esecuzioni mediocri?

La mia storia comincia in una bottega. In essa ho imparato il mio mestiere e posso dire senza timore di essere smentito che il legame che si crea fra allievo e maestro è un qualcosa di speciale che niente (nemmeno litigi furibondi) può spezzare. Dopo anni di lavoro ogni qualvolta mi ritrovo ad intraprendere un’azione mi torna alla mente quello che mi ha insegnato il mio maestro, è un imprinting indelebile che mi seguirà  tutta la vita, anche se la mia personalità  mi spingerà  a seguire diverse scelte stilistiche.

Caratteristica principale di questo mestiere è la certezza che una vita non basta a sviscerarne ogni segreto, chi afferma di non aver più niente da imparare è un meschino e molto probabilmente un mediocre liutaio.

Lavorando una materia viva come il legno ci si rende conto che esiste una sola regola e cioè che non esistono regole. Un albero della stessa specie di un altro dà  legno di qualità  diversa. Uno stesso tronco non dà  legno tutto uguale, le varianti sono dovute al terreno, all’esposizione, al clima, non ultime la stagionatura e la lavorazione. In pratica il lavoro del liutaio, ferme restando le regole fisiche di propagazione del suono è più legato alla sua sensibilità  che a delle vere e proprie procedure (in seguito affronteremo anche la questione del segreto di Stradivari). Un liutaio fra l’altro deve anche avere nozioni di botanica, chimica, fisica, architettura, arte oltre ovviamente ad una grande curiosità  e voglia di sperimentare.

Negli articoli successivi racconterò come nasce un mio strumento dalla ideazione fino alla prova sonora, e questo procedimento è caratteristica peculiare di tutti i Liutai toscani d’oggi.

La Liuteria in Italia (prima parte)

Martedì, 7 Luglio 2009

Capitolo primo

Come nasce uno strumento musicale

Il lavoro di un liutaio è principalmente teorico, anche se a prima vista potrebbe non sembrare. In realtà seguendo quelle che sono le linee guida della propria scuola un buon artigiano si costruisce prima di tutto nella propria testa lo strumento che vuole costruire.

L’influenza della scuola non è indifferente, perché anche se un violino (ma avrei potuto nominare qualsiasi altro strumento) può alla vista di un profano, essere uguale ad un altro, in realtà chiunque abbia l’occhio esercitato coglie immediatamente la provenienza dello strumento che ha in mano. La liuteria ha raggiunto la sua massima perfezione a cavallo fra il 600 ed il 700 e non solo a Cremona, ma anche a Venezia, Firenze, Napoli, Bologna. Ogni scuola però ha tramandato una serie di caratteristiche che la caratterizzano. Con la Morte di Stradivari e di Guarneri del Gesù, Cremona cessò non solo di essere la patria della liuteria, ma anche di essere un importante porto fluviale sul confine fra Venezia e Milano, la conquista austriaca la condannò a trasformarsi in un centro agricolo.

Per questo motivo gli allievi dei sommi artefici si trasferirono in tutta Italia. Da questa diaspora hanno ottenuto nuova linfa tutte le scuole regionali. Per assurdo si potrebbe affermare che i veri eredi della tradizione classica sono da ricercarsi in tutta Italia.

L’attuale scuola cremonese, pur presentando al pubblico una produzione ottima, in realtà è stata ricreata ex novo dal gerarca di Cremona Graziani (nato però in Molise) durante il ventennio fascista per valorizzare il genio italico. Per loccasione furono ricomprati dai collezionisti i cimeli stradivariani compresi alcuni violini e ricreata da zero la scuola di liuteria.

Questo ha portato ad una certa standardizzazione della attuale scuola cremonese, caratteristica che l’antica invece non aveva e dove la sperimentazione era pratica giornaliera.

A parte questa breve parentesi, dicevamo che il lavoro del liutaio è prima di tutto teorico. Infatti solitamente l’idea della costruzione di uno strumento è dettata il più delle volte dalla scoperta di un legno adatto.

Io prima di tutto mi innamoro di un legno, sul quale con la mente vedo il modello e la forma più adatti a valorizzarlo. Anche la scelta di un legno trae origine dalla scuola di provenienza in quanto alcune scuole tendono a preferire alcune essenze legnose a discapito di altre. Bisogna però anche portare a conoscenza dei lettori del fatto che le scuole che privilegiano il solo acero di monte marezzato (acer pseudoplatanus) di provenienza Europa dell’est, tendono a dare un prodotto più standardizzato ed omogeneo con meno concessioni alla fantasia del liutaio. La scuola Toscana fa eccezione in quanto non esistono regole rigide di scelta dei legni. Anche la tradizione liutaria italiana in genere nell’antichità era più aperta a scelte più disparate tanto che anche i grandi compresi gli Amati, i Guarneri, Stradivari e via dicendo hanno prodotto strumenti con le più svariate essenze legnose. Oggi il mercato globale ha sancito per motivi commerciali, che il legno deve essere solo uno, l’acero di monte, e tutte le segherie propongono legni per liuteria assolutamente uguali fra loro condannando la produzione ad un inevitabile appiattimento.

Personalmente tendo a scegliere anche altre essenze legnose autoctone fra le quali il pioppo nero, l’acero campestre, il salice, il pero, il ciliegio ed il cipresso (in origine sono stati prodotti strumenti in noce, in faggio, in melo).

Quanto detto finora, riguarda esclusivamente la cassa ed il manico, poiché il piano musicale di ogni strumento deve necessariamente essere costruito con una conifera, non solo, deve trattarsi anche di un albero sonoro, cioè alla percussione deve dare una risposta più pronta ed armoniosa della media della propria specie. Questo è un discorso assai importante, in quanto rappresenta le fondamenta di tutto il castello che si vuole andare a costruire.

Non è difficile capire se un albero è sonoro o no, anche un profano può apprezzare la differenza. In Italia esistono le essenze migliori e sono due: l’abete rosso (picea excelsa) e l’abete bianco (abies alba). Il primo è caratteristico di tutto l’arco alpino ed è il conosciutissimo albero di natale, riconoscibile ai più per il semplice fatto che le pigne lunghe e strette sono rivolte all’ingiù. L’altro è caratteristico di tutto l’Appennino e sono visibili a colpo d’occhio le pigne erette.

Quando non esisteva un mercato di legno per piani musicali i liutai si recavano nei boschi con un martello di legno o un normale bastone e cominciavano a percuotere con un colpo secco ogni tronco. La maggior parte dei tronchi rispondevano con un rumore assai simile fra loro, ma quando si colpiva un albero sonoro, seppur della stessa specie degli altri il suono che ne usciva non solo era assai più brillante ed acuto, ma era apprezzabile l’onda sonora che raggiungeva velocissima la sommità dell’albero per poi tornare giù. Quello era l’albero da abbattere, anche se le ragioni scientifiche per cui ciò accade sono ancora avvolte nel mistero. Esistono numerosi studi seri che hanno elaborato varie teorie per spiegare certe caratteristiche ma in tutta onestà non hanno eliminato tutti i dubbi. Certo è che i legni migliori provengono da aree ben precise e non da quelle adiacenti anche se presentano lo stesso habitat. Il più delle volte il legno pregiato presenta una caratteristica ‘maschiatura’ o ‘lumacatura’ che fornisce la prova assoluta della sua provenienza e quindi autenticità.

Per quanto riguarda l’abete rosso quello che dà i migliori risultati si trova in val di Fiemme, per l’abete bianco ci si doveva recare o alla foresta di Vallombrosa o sull’Appennino pistoiese vicino al Corno alle Scale.

Daremo nei capitoli seguenti anche le indicazioni di come deve essere il legno del piano musicale.

Trovato il legno e individuato il modello sul quale si vuole lavorare si deve scegliere la forma che può essere interna (cremonese) o esterna (italiana o francese). La prima permette la costruzione su di essa di tutta l’intelaiatura che comprende gli zocchetti e le fasce e controfasce, la seconda invece permette il montaggio delle parti al suo interno. Non esistono particolari differenze fra le due forme anche se permettono diversi metodi di lavorazione. Io gli uso entrambi, per quanto mi riguarda la forma cremonese più semplice si può creare da una foto in un’ora appena di lavoro con un semplice pezzo di compensato. La forma francese richiede per la sua creazione l’intervento di artigiani con macchinari appositi, ma una volta ottenuta permette di ottenere più velocemente fasce e zocchetti ed una maggiore uniformità nella produzione oltre ad una più facile levigazione delle parti interne delle fasce e delle controfasce. Dopo aver piegato e lavorato zocchetti, fasce e controfasce si comincia a lavorare il fondo, prima togliendo con la pialla e la sgorbia e l’aiuto di centine la parte superiore in eccesso, poi svuotandolo fino a portarlo agli spessori voluti. Sebbene questa operazione possa sembrare banale, in realtà ogni strumento alla fine risulta diverso dagli altri poiché lavorando a mano e senza l’utilizzo di macchinari è impossibile ripetere sempre la stessa bombatura.

L’operazione successiva alla lavorazione del fondo, è il piano musicale, questo è principalmente in abete rosso maschio della val di Fiemme che è il più reattivo alla sollecitazione sonora anche se si potrebbero usare come detto prima, altre essenze. Se per il fondo non sono fondamentali certe accortezze di taglio e di vena, per il piano lo diventano. I giri annuali devono essere perpendicolari al piano stesso e questo si ottiene tagliando in due gli spicchi di abete ed incollandoli in maniera speculare. Questa operazione permette di ottenere una tavola il più possibile omogenea. La storia insegna che si potrebbero anche tralasciare determinati accorgimenti ma deve essere tenuto in considerazione il fatto che ogni indebolimento della struttura comporta un necessario aumento degli spessori per ottenere un certo bilanciamento. A conti fatti la costruzione di uno strumento è un esercizio di equilibrismo fra materiali e tecnica, uniti alla sensibilità del liutaio.

Secondo regole ferree, sul piano musicale lavorato si aprono a punta di coltello e dopo avere individuato la loro posizione precisa, che varia da modello a modello, le effe o fori. Le effe sono la via attraverso le quali il suono esce, senza di esse lo strumento è assolutamente muto. La loro distanza, inclinazione ed apertura sono assai importanti ai fini della sonorità, tanto quanto il posizionamento della catena. Questa è una asta di legno a venatura perpendicolare al piano, incollata in una zona vicino alla effe di sinistra. Col suo perfetto posizionamento si permette il regolare ampliamento delle onde sonore dei registri bassi sulla tavola.

Tagliate le effe e incollata la catena si procede alla chiusura della cassa. Tutte le operazioni di incollaggio sono eseguite con la classica colla a caldo, che oltre ad avere la caratteristica di poter essere tolta a piacere con acqua calda, ha anche il pregio di permettere più incollaggi nello stesso punto senza inficiarne la tenuta.

Con la cassa chiusa possiamo affermare di essere giunti a metà dell’opera.

Attività musicale a Montespertoli

Mercoledì, 21 Gennaio 2009

Se qualcuno fa una ricerca su Internet e digita “musica.Montespertoli”, esce questo blog, e quindi penso di fornire un servizio a chi cerca informazione sull’attività  musicale dando qualche indirizzo.

Non è facile per un nuovo cittadino di Montespertoli, che magari vuole imparare la musica oppure di cercare una scuola di musica per il proprio figlio, trovare gli indirizzi.  Dove si va a cercare?

In questo momento ci sono tre posti a Montespertoli dove si può imparare la musica. Ho chiesto ad ognuna di queste scuole di pubblicare su questo blog qualcosa sulla propria associazione - sono ancora in attesa.  Quindi ho deciso di scrivere io stessa.

C’era una volta la Scuola di Musica Francesco Landino. La sua vita è durata oltre 10 anni e molti dei suoi allievi hanno poi continuato gli studi al Conservatorio e/o si sono diplomati, alcuni lavorano già  nel campo della musica. La scuola si è sciolta nell’attuale Accademia Musicale di Montespertoli, che auguro vita lunga. La sede è la stessa della Landino: via IV novembre (ultimo piano dell’asilo nido ex suore). I locali non sono molto adatti per una scuola di musica, ma visto che non ci sono di meglio per ora….Il numero di telefono di questa scuola, dove si può imparare tutti gli strumenti è: 3460475566. C’è anche un sito: www.accademiamusicaledifirenze.it, accademusicamontespertoli@gmail.com.

Il secondo posto per la musica si trova a San Quirico nei locali della scuola Elementare. La scuola di musica è gestita da un’associazione molto attiva chiamata “Prima Materia”. Per informazione si può chiamare 0571 677115 e chiedere di Henry Brown oppure Deborah Parker. C’è anche un sito: http://primamateria.altervista.org.prima.htm.

Last but not least c’è la Banda di Montespertoli che ha sede in via Montelupo 1 all’inizio, vicino ai giochi. Nella scuola si insegna gli strumenti della banda e quando si diventa bravi c’è il posto assicurato in Banda. Un vantaggio di questa scuola è che è molto economico (credo adirittura gratis).

Perdonatemi se c’è qualche altra scuola a Montespertoli che non ho menzionato - segnalatela!

Ad un Poeta, un Musicista, un Uomo

Lunedì, 12 Gennaio 2009

Approfitto dell’ospitalità concessami su questo blog per rivolgere un pensiero ad un Grande della nostra Musica scomparso esattamente 10 anni fa: Fabrizio “Faber” De André.

Lui non c’è più ma la sua musica e la sua grande poesia saranno sempre con noi….

Ciao Faber….ci manchi

Marco Forno

p.s.: a tal proposito segnalo il sito: www.faberdeandre.com

La Kultura in Italia

Mercoledì, 15 Ottobre 2008
Ecco un’intervista che qui, in Italia, non leggeremo mai!
(lo so, è “lunghina”, ma con un po’ di pazienza si riesce a leggere)
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http://www.lemonde.fr/culture/article/2008/10/10/antonio-tabucchi-berlusconi-a-abaisse-le-niveau-esthetique_1104653_3246.html

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Antonio Tabucchi : “Berlusconi a abaissé le niveau esthétique”

L‘écrivain italien, auteur, entre autres, de Nocturne indien, est aussi un analyste incisif et sans indulgence de la société transalpine. Le Monde 2 lui a demandé ce qu’il pense de l’importance de la mode, et plus généralement de l’état de la culture, dans son pays.

L’Italie, où l’art et la beauté semblent faire partie du patrimoine national, est aussi un pays éartelé, en proie à des mouvements politiques et culturels contradictoires. Et à des forces délétères. Quelles sont les conséquences de ces évolutions sur l’idée que les Italiens se font du beau ? Et sur la beauté elle-même ? Avec une acuité teintée de colère, et sans la moindre complaisance, l’écrivain Antonio Tabucchi apporte des éléments de réponse à ces questions. L’auteur de Nocturne indien (Christian Bourgois, 1986, prix Médicis étranger), de Pereira prétend (Bourgois, 1994) ou de Tristano meurt (Gallimard, 2004) n’en est pas à ses premières prises de positions politiques. Célèbre pour ses romans et ses nouvelles, qui font de lui l’un des écrivains les plus passionnants de son époque, Tabucchi l’est aussi pour son engagement, notamment contre les dérives italiennes contemporaines. La préoccupation politique, présente dans de très nombreux romans (Pereira prétend, notamment, qui devint l’un des emblèmes de la résistance au berlusconisme), l’est aussi dans ses nombreuses chroniques, dont les plus récentes ont été publiées au Seuil, en 2006, sous le titre Au pas de l’oie. Chroniques de nos temps obscurs. Là, il écrit : ” Je parle car je suis. Quand ma gorge sera pleine de terre, je cesserai de parler. Alors, le silence sera. Une éternité de silence m’attend. Mais avant que ce silence éternel n’arrive, je veux me servir de ma voix. De ma parole. “

Y a-t-il une évolution de l’idée du beau en Italie?

Il s’est produit, récemment, quelque chose de significatif: le ministre de l’éducation a prévu des coupes budgétaires à l’université et à l’école, mais a décrété que tous les élèves du primaire devraient porter des tabliers dessinés par un styliste. Un uniforme, donc, mais conçu par un créateur… Comme l’a dit récemment le photographe Oliviero Toscani, nous, les Italiens mourrons ignorants, mais élégants. Chez nous, l’élégance est un objet d’exportation, de commerce. Il existe, dans l’administration, une sorte de sous-ministère chargé du made in Italy. Pendant ce temps, les instituts culturels italiens ont vu leurs ressources diminuer de façon considérable. Plus le temps passe et plus la culture italienne risque d’être représentée, non par les livres ou la peinture, mais par cette étiquette commerciale du made in Italy.

Comment cette évolution de l’esthétique cohabite-t-elle avec l’un des patrimoines artistiques les plus riches du monde?

Dans son précédent gouvernement [2001-2006], Silvio Berlusconi avait envisagé de privatiser les musées. Par exemple, il voulait confier la gestion des Offices, à Florence, à une multinationale. Cela avait suscité des réactions indignées des directeurs de la plupart des grands musées européens, le Louvre, le Prado. Plus récemment, dans un article publié par La Repubblica, Salvatore Settis, archéologue et historien de l’art réputé, responsable du patrimoine artistique italien (une fonction qui ne dépend pas du gouvernement), a dénoncé les graves responsabilités des gouvernements successifs envers le patrimoine : l’abandon, le manque de soins et les coupes budgétaires brutales. Le gouvernement de Berlusconi l’a menacé de limogeage. Il est resté à sa place grâce au soutien de l’opinion publique. La fontaine de Trevi ou le Colisée ne sont pas seulement importants parce qu’ils sont, mais parce qu’il y a des yeux pour les regarder. Bien sûr, ces monuments ont continué d’exister pendant la période fasciste ou sous l’occupation nazie, mais quand il n’y a plus personne pour les voir à leur juste valeur, ils perdent de leur sens. La sensibilité à la beauté appartient à un moment de l’histoire et non au patrimoine génétique d’une personne. Elle est culturelle, il faut donc l’enseigner.

Depuis quand la perception du beau a-t-elle commencé à changer, en Italie?

D’abord, entendons-nous sur le terme “beau”. Au sens philosophique, l’esthétique a fait l’objet de plusieurs théories. Ce qui a dominé, en France notamment, est une approche phénoménologique: le beau est regardé à travers la perception sensible. Mais d’autres philosophes, Jankélévitch et RicÅ“ur par exemple, insistent sur la portée ontologique du beau: l’esthétique doit être liée à l’éthique. L’importance du beau n’est pas seulement dépendante de l’objet lui-même, mais de sa portée morale et sociale. Si nous partons de ces définitions, il faut aborder la question italienne de la manière suivante: depuis le début des années 1980, il y a eu sur les chaînes de télévision appartenant à Berlusconi un travail visant à abaisser le niveau esthétique, du point de vue de la perception sensible. Prenons un exemple: si voir une personne cracher est considéré comme laid et que la télévision valorise ce geste, elle valorise la laideur. Il s’est produit une sorte de corrosion, au fil des années. La conception des programmes a été confiée à des gens de communication qui ont travaillé sans relâche à rendre plus vulgaires les contenus, l’Å“il rivé sur les mesures d’audience. Ils ont pratiqué l’anathème généralisé, la destruction du bon goût, de la citoyenneté, du savoir vivre ensemble. L’Italie est maintenant un pays tendu, où vous dites bonjour et où on ne vous répond pas toujours. Et les Italiens passent entre quatre et cinq heures par jour devant leur téléviseur. Pour 80 % d’entre eux, c’est d’ailleurs la seule source d’information.

Comment se fait-il que les Italiens aient adhéré à cette vulgarité?

Le bon sens nous apprend qu’il est beaucoup plus facile d’enseigner le pire que le meilleur. La créature humaine d’abord est un animal: l’éducation à la beauté, à la citoyenneté relève d’un contrat social qui suppose des efforts. Et pour des raisons d’audience, la télévision publique a suivi l’escalade de la vulgarité. Quant à savoir pourquoi Berlusconi a pu mener ce travail de corrosion médiatique… Cela relève, au départ, d’une loi anticonstitutionnelle: Bettino Craxi, ancien président du conseil socialiste et grand ami de Berlusconi [poursuivi pour corruption, dans le cadre de l’opération Mani pulite, il s’est enfui en 1994 en Tunisie, où il est mort], lui a accordé la permission d’exploiter la chaîne Retequattro. Maintenant, Berlusconi est en procès pour usage abusif de fréquences analogiques et le Conseil de l’Europe a indiqué que le régime d’assignation des fréquences ne respectait pas le principe de la libre prestation de services – toutefois, cela n’a rien changé. Des choses comme celles-ci peuvent se produire au Turkménistan, elles ne le devraient pas en Europe. Je pense que l’Italie a toujours été à l’avant-garde, que ce soit dans le beau ou dans le laid : elle a inventé la Renaissance et le fascisme, puis elle les a très bien exportés. Maintenant, elle est à l’avant-garde d’une certaine forme de médiatisation : les hommes politiques ont compris que le plus important, ce ne sont pas les idées, mais la manière dont ils vont apparaître à l’écran. Mais attention: il ne faut pas regarder l’Italie comme un zoo, un monde sous cloche: elle prélude peut-être à un futur qui nous concerne tous… Quelles sont les caractéristiques de cette corrosion médiatique? Tous les programmes culturels, littéraires ou cinématographiques ont complètement disparu des écrans pour laisser place aux talk-shows, parmi lesquels l’émission de la RAI Porta a Porta, de Bruno Vespa. Cet animateur, par exemple, a utilisé l’émotion générale provoquée par un infanticide qui a eu lieu il y a quelques années dans une localité de montagne: un enfant de 3 ans massacré dans une maison isolée, probablement par sa mère qui avait des problèmes psychiatriques. Eh bien, les Italiens ont vu des dizaines d’émissions sur toutes les hypothèses criminelles possibles et imaginables, avec les détails les plus crus théâtralisés. Il y a eu aussi des personnages comme Vittorio Sgarbi et Giuliano Ferrara qui ont animé pendant des années, sur la télévision de Berlusconi, des programmes trash dont la mission était de normaliser la grossièreté. Lors de son émission télévisée, M. Ferrara a diffusé une rebutante scène d’exécution d’otage en Irak que toutes les autres chaînes avaient choisi de ne pas montrer. Le même dirige actuellement Il Foglio, un journal dont l’épouse du président du conseil est l’une des propriétaires. En 2003, il a avoué à la une de son journal avoir été un agent de la CIA dans les années 1980. A cette époque, il était proche de Craxi et presque son conseiller personnel. Il était donc étroitement lié aux institutions italiennes, et pourtant il collaborait avec les services secrets d’une puissance étrangère. Ses actions appartiennent au domaine de l’éthique et de la loi. Venons-en à l’esthétique, qui est le thème de notre conversation: il a décrit sa fanfaronnade en disant qu’en recevant des enveloppes pleines de dollars, dans les jardins du Pincio, à Rome, il ressentait des frissons érotiques. Tout commentaire est superflu.

Y a-t-il une esthétique berlusconienne? L’idée que se fait Berlusconi du goût?

C’est une personne qui se fait faire un lifting et qui l’affiche. Idem pour ses transplantations capillaires: il se fait filmer avec un foulard sur la tête pendant que la greffe prend. Berlusconi est un homme de spectacle, c’est de là qu’il vient. A ses débuts, il était animateur sur des bateaux de croisière. Mais le berlusconisme n’explique pas tout. Il y a aussi ses alliés. La Ligue du nord, avec ses idées violemment xénophobes, ses chemises vertes et son folklore bouffon, ses reconstitutions du Moyen Age en papier mâché, ses références à un prétendu passé celtique. 10 % des Italiens adhèrent à cela, dans les régions les plus prospères du pays – là où des paysans qui se nourrissaient de polenta roulent maintenant en Ferrari. Cette façon d’inventer des traditions et de les mettre en scène sert à convaincre des gens culturellement fragiles. Et c’est là qu’on tombe dans le grotesque. Mussolini aussi était grotesque, on le voit bien sur les films de l’époque, cet homme faussement viril, poitrine en avant, menton volontaire, avec son parler guttural. En ce temps-là, ses adversaires le trouvaient ridicule. Et pourtant, une grande partie du peuple italien l’aimait.

De quelle manière la littérature est-elle affectée par ces transformations?

La littérature? La pauvre! Elle ne peut pas entrer en compétition avec tout ça sans se fourvoyer. Pour prendre une métaphore olympique, la littérature perd forcément au 100 mètres – la télévision et les médias en général gagnent toujours la course – mais elle a plus de chances au marathon. Il n’y a pas qu’elle, d’ailleurs. Combien d’artistes ou de scientifiques italiens sont partis à l’étranger, faute de budget? L’art, comme les disciplines intellectuelles, a besoin de beaucoup d’oxygène pour s’épanouir. Si on commence à le surveiller, à le brider, il suffoque.

Avez-vous l’impression de manquer d’air, en Italie? Est-ce pour cela que vous n’y vivez pratiquement plus?

Un écrivain emporte toujours avec lui son pays, car sa vraie Heimat, sa vraie terre natale, est sa langue. Ma patrie est la langue portugaise, disait Pessoa; je pourrais dire de même pour l’italien. Mais je ne me sens pas en exil et je reviens de temps à autre à ma maison natale en Toscane. L’Italie est actuellement une démocratie surveillée, où il n’y a pas d’espace pour la parole libre. D’un côté, l’empire berlusconien avec presque tous les médias, la distribution cinématographique, sans compter des maisons d’édition et des assurances; de l’autre côté, un petit espace réservé au plus grand parti d’opposition, les ex-communistes du Parti démocratique, certaines banques, des administrations locales, un peu de presse. On ne peut pas déranger cet équilibre. Récemment, par exemple, Berlusconi, qui est poursuivi par la magistrature pour un grave délit de corruption, a présenté une loi visant à assurer devant les juges sa propre immunité, celle des deux présidents du Parlement et du président de la République. C’est une loi anticonstitutionnelle, car le troisième article de la Constitution garantit l’égalité de tous les citoyens devant la loi. Or le président de la République l’a signée le lendemain, alors qu’il avait un mois pour réfléchir et pour la renvoyer au Parlement. Mais si vous osez dire l’évidence, c’est-à-dire que cette loi est inconstitutionnelle, vous êtes immédiatement attaqué, non seulement par la presse berlusconienne (ou celle qui lui est favorable, comme le Corriere della Sera), mais aussi par la presse indépendante, proche du Parti démocratique. Une trentaine de juristes réputés ont été traités d’incompétents pour avoir signé un manifeste quand cette loi infâme a été présentée. Mais pourquoi le président de la République, l’ex-communiste Napolitano, l’a-t-il signée ? Si vous avancez l’hypothèse la plus logique, c’est-à-dire que lui aussi considère cette loi comme utile, vous aurez des ennuis. Vous comprenez qu’un écrivain comme moi n’ait pas envie de vivre dans un climat pareil. Pendant dix ans et plus, j’ai dénoncé dans la presse l’infection italienne: la corruption, le conflit d’intérêts, l’agression menée par le politique contre la justice, l’arrivée triomphale de la laideur, le basculement de la démocratie. Mais je ne voudrais pas, à mon âge, devenir un médecin spécialiste: à force de s’occuper d’une Botte, on risque d’oublier le corps auquel la jambe appartient. Le monde est vaste, et devant les grands problèmes du monde, devant la grande laideur et la grande beauté du monde, ceux de l’Italie sont des petits problèmes, de la petite laideur et de la petite beauté.

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Suonare per il piacere, il piacere di suonare.

Venerdì, 5 Settembre 2008

Suonare per il piacere, il piacere di suonare.

 

 

Vorrei chiedere l’aiuto di quanti leggono questo blog.

Recentemente sono diventata la rappresentante per  Italia di un’organizzazione internazionale chiamata “Amateur Chamber Music Players”. (vd links), e fra poco parte per una conferenza in Svizzera dove dovrei parlare della situazione della musica da camera amatoriale in Italia. 

Nel Nord America e Europa è molto diffusa la pratica di suonare insieme con gli amici la musica da camera, tuffarsi dentro la musica di Mozart, Beethoven, Schubert Brahms ecc scritta per un piccolo gruppo di musicisti (appunto che stanno dentro una “camera”).  Gli strumenti possono essere: gli archi, pianoforte, ottoni, legni, o voci, secondo il brano.  Sono di solito occasioni di socializzazione dove la grande musica si mescola anche con la buona conversazione il cibo e il vino.

I musicisti spesso fanno tutt’altro mestiere che la musica, e quindi suonano per il puro piacere.

 

In Italia, che io reputo il paese della musica, questa pratica non è molto diffusa.  Ed è qui che chiedo l’aiuto dei bloggers.  Come mai?  Io sono arrivata ad alcune considerazioni:

 

!)  I programmi di Conservatorio sono troppo improntate sul solista e non incoraggiano la musica d’insieme;

2)      Chi termina gli studi musicali e tuttavia non trova lavoro nel campo musicale tende a rinunciare alla musica per sempre (forse per senso di fallimento o frustrazione);

3)      Gli orari di lavoro si protraggono fino alle ore 20:00 e quindi dopo cena si è troppo stanchi per suonare (attività che comunque richiede una buona dose di concentrazione);

4)      La classe media agiata è relativamente recente rispetto ai paesi del nord Europa (anni 60) e quindi non ha avuto il tempo di scoprire questo tipo di divertimento che poi è arrivata Sua Maestà Televisione.

5)      La difficoltà di trovare altri musicisti con qui suonare.

Sarei molto grata se potete scrivere il vostro su questo argomento.

 

Prima di chiudere, vorrei raccontare un momento di una tournee che ho fatto con l’Orchestra Bavarian Strings che è venuta in Toscana quest’agosto.  Io sono stata invitata di andare  a suonare con loro.  Innanzi tutto l’età media dell’Orchestra s’aggirava intorno ai 70, ma nonostante questo l’Orchestra era di un’ottimo livello, quasi tutti erano amatori oppure musicisti professionisti in pensione.  Ci sediamo per la prima prova e dopo un po’ arriva una signora anziana (ho scoperto dopo che aveva 82 anni) che si scusava per il ritardo ma aveva trovato traffico.  Aveva guidato 9 ore non-stop dalla Germania DA SOLA, e con calma ha tirato fuori il suo violino e si è messo a suonare la 7° sinfonia di Beethoven!

Credetemi – la musica fa BENE!

Ramzi Aburedwan - la musica ha cambiato la sua vita

Giovedì, 24 Luglio 2008

Ramzi è palestinese, nato a Betlemme e cresciuto a Ramallah in un campo profughi,  suona la viola.  Ha trascorso i primi anni della sua vita circondato dall’odio e dalla guerriglia urbana.  Era uno di quei ragazzi che lanciavano pietre all’esercito israeliano.  Suo fratello e suo padre morirono entrambi quando Ramzi era ancora piccolo.

All’età di diciassette anni, in casa di un amico entro in contatto per un caso con la musica occidentale ed in particolare con gli strumenti ad arco.  Ramzi scelse di studiare la viola e segui un corso di un mese, anche se la sensazione di Ramzi era che la musica fosse troppo elitaria e distante dai problemi che affiggono la vita quotidiana nei campi profughi.  Ed invece scoprì un mondo, e scoprì anche che la musica era un mezzo per poter uscire dalla disperazione e superare i confini, quelli fisici e anche quelli spirituali, del mondo ristretto dall’occupazione e dalla violenza.

Venne in contatto con altri musicisti e gli fu offerta una borsa di studio per studiare in America, e per lasciare per la prima volta Ramallah.

Non sto a raccontare tutta la vita di Ramzi – chi fosse interessato può guardare il suo sito:  www.alkamandjati.com (al kamandjati vuol dire il violinista).  A Ramzi è nato il desiderio di dare la possibilità ai bambini palestinesi di cambiare la loro vita, come era cambiata la sua.  La musica aveva la capacità di trasformare la vita in qualcosa che valeva la pena di essere vissuta.  Ramzi creò, con l’aiuto di amici all’estero, un’associazione non-profit per finanziare l’educazione musicale.  Fondò una scuola di musica dove attualmente studiano centocinquanta bambini.

La cosa pazzesca è che mentre scrivo queste parole, alcuni di questi bambini si trovano qui a Montespertoli!  Sono stata a trovali oggi durante le prove alla Scuola Elementare di San Quirico.  Sono giunti un paio di giorni fa in Italia, nonostante tutti i problemi burocratici fra permessi e lasciapassare,  per preparare dei concerti.  A Montespertoli il loro concerto si terrà il 3 agosto.  Sono sotto la guida dell’amico Henry Brown, e qui sotto lascio spiegare a lui il progetto che li ha portati qui a Montespertoli:

 

“Scambio Musicale tra “Al Kamandjati”, Ramallah

e “Prima Materia”, Toscana

 

 

Questo progetto tratta principalmente il tema dell’apprendimento tra culture diverse tramite la pratica di fare musica insieme e convivere per un periodo breve ma intenso.  Sia gli studenti palestinesi che quelli italiani coinvolti nello scambio avranno l’opportunità di studiare delle musiche provenienti dall’altro paese nel contesto del patrimonio culturale che rappresenta, nel periodo preparativo e durante lo scambio.  Durante il soggiorno nel paese ospitante, gli studenti son ospitati in famiglia e, oltre alle prove musicali frequentano visite storico-culturali. Si pone l’obiettivo di utilizzare l’interesse condivisa per la musica per creare un ponte di collegamento tra due culture diverse, stabilendo una cornice dentro la quale i partecipanti possono sviluppare una strategia per comprendere stili di vita diverse.  

 

 

 

Questo scambio si sviluppa dopo due anni di contatto intenso tra “Prima materia” “Al Kamandjati”.  Nel 2006, l’associazione italiana ha risposto ad un appello per strumenti musicali dalla scuola di Ramallah.  In collaborazione con l’Università degli Studi di Siena e l’associazione Liuteria Toscana, e con un aiuto di Controradio di Firenze, ha organizzato una campagna di informazione e di raccolta di strumenti, e in seguito si è occupato del trasporto degli strumenti in Palestina, in tutto circa cinquanta, tra strumenti a corde, fiati, ottoni e strumenti didattici.  Inoltre ha collaborato nell’allestimento di una bottega di liuteria presso la scuola in Ramallah, con la presenza durante 2007 di ben cinque liutai dall’Italia per periodi di un mese, che portavano avanti un corso di formazione per giovani liutai palestinesi.  Quest’anno, con un sostegno economico dall’Università degli Studi di Siena, uno degli apprendisti liutai palestinese sarà ospitato in Italia per procedere con la formazione presso la bottega dei liutai Sorgentone e Mecatti di Firenze.

 

Nell’estate 2007 tre insegnanti di “Prima Materia” hanno passato sei settimane in Palestina, lavorando nella scuola di Ramallah e nei campi profughi e villaggi  circostanti.  Si è formata un “orchestra estiva” che ha studiato e eseguito repertorio da un gruppo d’insieme comparabile del progetto italiano. Sul ritorno in Italia, un brano composto da uno studente palestinese è stato orchestrato per gli studenti italiani e eseguito a dicembre.  La registrazione è stata mandata a Ramallah per il giovane compositore.

Da questi contatti umani e musicali, si è sviluppata una naturale curiosità reciproca tra gli studenti palestinesi e italiani, dando spunto per la progettazione dello scambio”.

 

Questo è il sito di Henry e la sua associazione “Prima Materia”:  http://primamateria.altervista.org/prima.htm

 

 

Bibliografia:  Daniel Barenboim - “La musica sveglia il tempo” editore Feltrinelli 

 

Danseuses de Delphos

Giovedì, 24 Luglio 2008

Danseuses de Delphos

Musica e Pittura

Martedì, 15 Luglio 2008

Ciao, Angela. Ciao a tutti i visitatori e gli animatori di questo interessante blog.

Nel ringraziarti, Angela, per aver inserito un link al mio sito web, vorrei divulgare la notizia di un progetto che sto portando avanti in collaborazione con mio padre Mario, pittore e musicista: si tratta di una sorta di mostra-concerto sui Préludes di Claude Debussy, suonati da me e “illustrati” da mio padre con acquerelli dedicati a ciascun preludio. Il primo concerto si terrà a Ginevra il 28 Luglio, poi sarà la volta di Piacenza il 9 Novembre, e di Roma in Gennaio. Successivamente, vi è una serie molto nutrita di appuntamenti in tutt’Europa. Vi terrò aggiornati, se volete, con approfondimenti e commenti. Nel frattempo, mi piacerebbe inserire il primo acquerello dedicato al primo preludio del primo libro: Danseuses de Delphos. Dimmi se si può!

A presto.

Roberto Russo